Le icone ortodosse

 

Quando si sente parlare di Cristianesimo ortodosso di solito si associa il termine “icona”. Di che cosa si tratta? Probabilmente in casa ne avrai una o forse l'avrai vista in qualche negozio di articoli religiosi o d'arte.

 

 

Andrej Rublëv, Icona della Trinità, 1410 circa. Mosca, Galleria statale di Tret'jakov.

 

Icona deriva dal greco eikon e significa “immagine”. Si tratta specificatamente di un'immagine sacra che rappresenta Cristo, la Madonna o i santi ed è molto venerata nella liturgia dell'Oriente cristiano. Se immaginiamo di entrare in una chiesa ortodossa, come abbiamo constatato, immediatamente ci colpirebbero due cose: la grande parete che divide i fedeli dallo spazio riservato ai celebranti, dove è posto l'altare, detta iconostasi e il rito abituale del fedele ortodosso di fronte all'icona, il bacio. L'iconostasi è una parete figurata, composta di immagini (icone) disposte secondo un preciso ordine: in basso al centro le porte regali fiancheggiate dai santi venerati in loco, nei registri superiori troviamo la Deesis (cioè Cristo, la Vergine, il Battista) con ai lati le schiere angeliche; infine completano le feste dell'anno, la Trinità e una sintesi della storia del genere umano da Adamo a Cristo fino al Giudizio Universale. Il bacio, invece, è un modo di rendere omaggio, gesto di grande rispetto e venerazione verso l'icona.

Le prime icone risalgono al V-VI secolo d.C.: terminati i pericoli delle persecuzioni romane, i cristiani manifestarono la loro fede anche attraverso le immagini che si diffusero in tutta la cristianità. Dovettero però essere messe in salvo dal movimento iconoclasta che, intorno all'VI-VII secolo, si accanì contro le immagini sacre, temendo che esse venissero trasformate in idoli. Fu il Concilio di Nicea del 787 a rendere legittima la realizzazione delle icone, definendone i presupposti teologici. Il principale difensore e sostenitore del culto delle icone fu Giovanni Damasceno (650-750 circa).

 

 

Iconostasi del XVIII secolo a Budapest.

 

Cerchiamo di comprendere meglio il valore dell'icona.

 

Quale materiale viene utilizzato?

Vengono eseguite su tavole di legno (es. tiglio, betulle, cipresso, cedro).

 

Quali passi accompagnano la realizzazione dell'icona?

Si scava la superficie lasciando un bordo esterno di legno che fa da cornice. Sul fondo della parte incavata si incolla una tela che viene ricoperta di strati di gesso. Si abbozza l'immagine e si stendono i colori: il primo è il color oro. Si procede poi con la stesura dei colori dal più scuro al più chiaro. Ogni colore ha un suo significato simbolico e viene composto con miscele di terre e di pigmenti naturali uniti al tuorlo d'uovo e l'aceto. Al temine del lavoro, i colori vengono fissati con vernici a base di lino, ambra naturale, resine.

 

Chi è l'iconografo?

È colui che esegue l'icona: è un uomo di fede, un credente; è un uomo che si fa penetrare ed ispirare da Dio affinché la sua opera sia manifestazione della Sua Gloria. Anticamente gli iconografi erano monaci e prima di iniziare a realizzare l'icona dovevano fare tre giorni di digiuno e preghiera.

 

 

La scuola di pittura di icone della Comunità di Villaregia, vicino a Pordenone.

 

Quali sono i soggetti delle icone?

Cristo, la Vergine e i Santi. L'icona è la Bibbia e Dio stesso in immagine. Siccome il volto di Dio per eccellenza è Gesù Cristo, l'icona per eccellenza è quella del volto di Gesù.

 

Come mai nell'Occidente cattolico e protestante non c'è il culto delle icone?

La separazione del 1054 tra Roma e Bisanzio fu la causa della perdita del significato delle icone. Altre forme artistiche presero mano con nuove elaborazioni: Giotto, Raffaello, Michelangelo, Caravaggio...

I cristiani protestanti, invece, non danno importanza all'arte sacra. Per i calvinisti addirittura le sole immagini tollerate sono quelle che riproducono la Parola di Dio. Molti dipinti delle chiese cattoliche diventate poi della Riforma (come vedremo) sono stati ricoperti con la calce.

 

Quali sono gli elementi tipici di un'icona?

L'icona segue delle leggi ben precise e ogni suo elemento rimanda ad un significato teologico. Se consideriamo la rappresentazione di un volto per esempio si nota che gli occhi hanno lo sguardo fisso verso l'Assoluto e trasmettono amore a tutti, la fronte è spaziosa perché si dà importanza alla contemplazione, le orecchie si vedono sempre perché sottolineano la funzione dello stare in ascolto, il collo è grosso perché simbolo del soffio dello Spirito, le mani possono invitare al silenzio e benedire, la disposizione delle dita formare il nome di Gesù (in greco). Anche il volto del Bambino Gesù nella natività è un volto da adulto perché prospetta già il mistero della morte e resurrezione; Maria, invece, ha sempre un velo di grandi dimensioni perché esso simboleggia la volta celeste.

Il colore delle vesti di Cristo comunicano la sua divinità (il blu) e la sua umanità (il rosso). Talvolta il Cristo raffigurato tiene con la mano sinistra un libro con alcune gemme: è il libro che Gesù ha ricevuto dal Padre di cui apre i 7 sigilli (Ap 5,6), le gemme indicano le feste liturgiche (es. Pasqua, Pentecoste, Ascensione...).

 

 

Immagine del Cristo Pantocrator, eseguito nel XII secolo, posto nel catino dell'abside del Duomo di Monreale. Cristo è raffigurato in busto e ai lati del capo si leggono le scritte “Cristo” e “Pantocrator” cioè "sovrano di tutte le cose".

 

 

Ricerca e riporta nel tuo quaderno i seguenti versetti e scoprirai che l'iconografia è l'arte che rivela Dio, cioè colui che è “invisibile”. L'iconografia si può dunque definire un'arte teologica.

Gv 1,1-18

Gv 10,30

Gv 14,9

Col 1,15-20

Fil 2,6-11